Articoli Sezione: Speciale

27 Mar

Silvana, Francesca e la maschera della personalità, di Edoardo Castiglione

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Non avevo mai visto Riso Amaro e non conoscevo Giuseppe De Santis.
La visione del film mi è sembrata subito strana e comunque molto distante dai film pieni di effetti speciali a cui noi giovani siamo abituati e che spesso attirano la nostra attenzione.
Dopo averlo visto, ne sono rimasto colpito e impressionato.
Il film è coinvolgente, con interessanti colpi di scena, ma soprattutto reale.
Ripensavo alla trama, ai personaggi e non riuscivo a spiegarmi il radicale cambiamento nella psicologia delle due donne protagoniste: Silvana e Francesca.
Ho riflettuto, lo confesso, anche sulla scelta del titolo che De Santis volle dare al suo capolavoro. ...continua a leggere

 

27 Mar

Riso Amaro: dal consumismo sognato all’agorà perduta, di Mara Salamone

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Quando nel 1949 esce il film Riso Amaro di Giuseppe De Santis, l’Italia attraversa il periodo storico del secondo dopoguerra nel momento in cui l’influenza dei modelli culturali americani comincia a farsi percepire proprio quando gli italiani iniziano a fantasticare (è l’era del boogie-woogie, dei fotoromanzi e del chewing-gum) su improbabili cambiamenti si credeva potessero attuarsi solo con l’imitazione della moda americana.
Riso Amaro si apre con il furto di una collana da parte della ladra Francesca, (l’attrice Doris Dowling) che, sottomessa all’amante e malvivente Walter, pare condannata a subire le ...continua a leggere

 

27 Mar

Dalla profezia di De Santis alla società liquida di Z. Bauman, di Luca Cipriano

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In Riso amaro, film manifesto della poetica neorealista Giuseppe De Santis, cineasta impegnato e vicino ai problemi sociali del dopoguerra, sensibile ai temi del lavoro e delle ingiustizie, fa emergere l’esperienza formativa del lavoro nella risaia, ritraendo l’operatività, il modo di stare insieme, la combattività verso le cose della vita, il modo di affrontare le ingiustizie e l’impegno per gli altri.
Il film, tuttavia, rivela, accanto ad una tematica così poco trattata all’epoca (come quella dell’ambiente lavorativo che De Santis, appunto, inaugura come filone cinematografico) anche la rappresentazione di elementi derivati dal coevo cinema americano di genere (come appunto nel celeberrimo Riso amaro). ...continua a leggere

 

27 Mar

A futura memoria… Lettera aperta su Riso Amaro, di Chiara Luggisi

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Ottobre 1949
«Nei giovani si è diffusa una mentalità americana.
Col denaro si fa tutto, si è liberi; non importa la sua provenienza.
La fiacchezza morale, l’avidità, la ricerca di facili guadagni portano larghi strati di giovani, non solo del ceto medio e borghese, a pensare che la soluzione della nostra situazione e dei nostri problemi non dipende da noi e dalla nostra lotta ma dagli altri (apatia, politica, servilismo) dalla fortuna (totipismo) o da Dio (miracolismo).
Oggi la vita è difficile e molto dura; per mancanza di lavoro e per l’insicurezza del domani, i giovani non hanno la possibilità di aiutare i genitori e di formarsi una famiglia. Per ciò, i giovani, dovrebbero essere i più accesi rivoluzionari e invece, specie nelle grandi città, lo sport come professione, i fumetti, il cinema americano, (a colori e non), la stampa borghese, la religione ...continua a leggere

 

27 Mar

Gli interventi degli allievi dell’Istituto Superiore “Mario Rapisardi” di Paternò, di Daniela Privitera

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Presentazione
I lavori presenti in questa sezione nascono da una proficua collaborazione con la direzione di Luci e ombre nella figura del suo ideatore e direttore, Prof. Antonio Vitti .
In occasione della celebrazione del centenario della nascita di uno dei registi più rappresentativi e discussi della cultura italiana e del Neorealismo, gli interventi degli allievi dell’Istituto Superiore “Mario Rapisardi” di Paternò, hanno contributo ad aprire una finestra sul rapporto sempre più significativo tra cinema e didattica, a sostegno dell’idea precipua che, in un mondo complesso, caratterizzato dalla velocità e dal cambiamento, la grammatica delle immagini in movimento, funzioni come dispositivo didattico vicino ai nuovi linguaggi più di quanto possa fare la didattica tradizionale. ...continua a leggere

 

27 Mar

Incontro con Giuseppe De Santis, di Antonio C. Vitti

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Giuseppe De Santis, Fondi, 11 febbraio 1917- Roma 16 maggio 1997
Chiamato da tutti quelli che lo conoscevano Peppe è uno dei maestri storici del cinema italiano. Da Fondi contadina che tra gli anni 30 e 40 vide la crescita sincronica di un manipolo di intellettuali destinati ad incidere, variamente, nella cultura italiana, inizia la sua crescita culturale. Accanto al poeta Libero De Libero, questo gruppetto d’intellettuali iniziò il viaggio nell’arte e nella cultura, assieme a De Santis c’erano Dante Di Sarra, Pietro Ingrao e Domenico Purificato. Quando De Santis cominciò a frequentare l’ambiente artistico romano, il poeta De Libero già dirigeva la galleria La Cometa che avrebbe dato vita a quella Scuola romana destinata a diventare uno dei centri della vita artistica della capitale. De Santis pensava di ...continua a leggere

 

27 Mar

Peppe De Santis: un maestro oltre il cinema, di Andrea D’Ambrosio

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A 18 anni decisi di lasciare il mio paese in provincia di Salerno per andare a Roma e cercare di capire un linguaggio, quello del cinema. Lessi che stava per aprire una scuola di cinema. La dirigevano Peppe e Pasqualino De Santis. Ricordo l’incontro alla sala del Nazareno, dove io ragazzo di provincia con mille dubbi e mille speranze incontrai questo signore minuto, con una vistosa giacca rossa e con i capelli bianchi. Mi affascinò subito. Avevo visto di sfuggita i suoi film. Riso amaro su tutti. Decisi che quella doveva essere la mia strada. Di li a poco Pasqualino morì durante le riprese del film La tregua di Rosi. Ma Peppe decise comunque di continuare. Parlare di lui per me è fare un percorso a ritroso nella mia vita, nella mia formazione etica e professionale. Le lezioni si tenevano ...continua a leggere

 

27 Mar

Dalla coralità all’individualismo. Le protagoniste del cinema di Giuseppe De Santis, di Carlotta Vacchelli

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1. Introduzione
Considerando il Neorealismo (o i Neorealismi, come è forse più appropriato, per riferirsi a un certo tipo di espressione cinematografica del periodo postbellico italiano) come la prima e più importante tappa della tematizzazione del vero nella storia del cinema, la produzione di Giuseppe De Santis si profila nell’orizzonte dell’immediato dopoguerra come il più alto punto di convergenza tra individuo e collettività:
Nel cinema del periodo fascista, la massa è sempre un coro colorito e passivo intorno a questo o a quel protagonista. In quasi tutti i film italiani neorealisti la gente ha veri e propri momenti di protagonismo. La coralità non è più, insomma, decorativa, scenografica, gerarchicamente ordinata, ma ...continua a leggere

 

27 Mar

Due esiliati: Giuseppe De Santis racconta Ovidio, di Francesco Samarini

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Questo contributo si occupa di Ovidio, l’arte di amare, un soggetto cinematografico realizzato da Sergio Amidei e Giuseppe De Santis nel 1966. Proposto a diversi produttori, il film non viene realizzato; tuttavia, il progetto mostra notevoli motivi di interesse, soprattutto se contestualizzato all’interno del percorso artistico del cineasta ciociaro, contraddistinto da una forte coerenza stilistica e ideologica, pur nella varietà dei generi affrontati.
Giuseppe De Santis (1917-1997) è senza dubbio uno dei registi più importanti del cinema postbellico in Italia. La sua carriera ha un inizio folgorante appena dopo la fine del secondo conflitto mondiale: già nel 1945 lo troviamo dietro la macchina da presa assieme a Luchino Visconti e Marcello Pagliero per realizzare il documentario Giorni di gloria, che racconta ...continua a leggere

 

27 Mar

La rivoluzione neorealista di Giuseppe De Santis, di Marco Grossi

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1. «Ci vedono…»
Quando i titoli di testa lasciano spazio all’immagine a tutto schermo di un bacio appassionato, e l’inquadratura si allarga ad includere due corpi, quei corpi in un talamo di sacchi a circoscrivere il cassone aperto di un camion in movimento, quel camion lambire un corso d’acqua e percorrere la banchina di uno scalo fluviale – un ramo del delta del Po – per poi deviare su una strada ferrata e oltrepassarla proprio mentre il sibilo e lo sbuffo di una locomotiva a vapore annunciano stentorei la presenza di un treno merci in arrivo, e infine in campo lungo un brulichio di biciclette e persone solca e progressivamente riempie lo spazio – il tutto raccontato con un movimento di gru in piano-sequenza –, siamo di fronte non solo all’incipit di un film ma a una vera e propria dichiarazione di poetica da parte dell’autore. ...continua a leggere

 

27 Mar

Modernità nel cinema neoralista. Alcune idee su Riso amaro (1949), Un marito per Anna Zaccheo (1953) e Giorni d’amore (1954) di Giuseppe De Santis, di Leonardo Cabrini

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Introduzione
Questo elaborato si propone di analizzare le occasioni di classicità e modernità all’interno di quel cinema del dopoguerra che storici, critici, teorici e cineasti chiamano neorealismo. Nel fare ciò prenderò, come caso di studio, esempi dalla filmografia di uno dei più importanti registi del periodo sopraccitato: Giuseppe De Santis.
Nella prima parte del saggio traccerò alcune coordinate teoriche che interessano il movimento neorealista e alcuni prodotti culturali coevi. Proverò a individuare la spinta del cinema italiano verso la modernità, che si riflette nella coesistenza di una dimensione etica e di una dimensione estetica attraverso ...continua a leggere

 

27 Mar

Bernari e De Santis, così uniti così divisi, di Enrico Bernard

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L’amicizia e la collaborazione tra Carlo Bernari e Giuseppe De Santis possono essere sintetizzate con l’attributo „amaro“. Amaro è infatti il “riso“ del film capolavoro del neorealismo del 1949, come altrettanto “amaro“ è l’amore del romanzo breve di Bernari scritto nel 1954 e pubblicato da Vallecchi nel 1958. Il contrasto tra una visione positiva della vita e l’amarezza della condizione umana è senz’altro il minimo comun denominatore delle opere dei due artisti. Il riso di De Santis è ovviamente quello delle risaie e del duro lavoro delle mondine; ma vuoi perché il “riso“ rappresenta un alimento indispensabile e fonte ...continua a leggere

 

25 Mar

Lettera dall’editore, di Antonio Vitti – Numero 4 – Anno IV

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Cari lettrici e lettori di Luci e Ombre


 
Con molto piacere presento il Numero ​4​ - Anno IV (2016) della nostra rivista dedicato interamente a Giuseppe De Santis in occasione del centenario della sua nascita. Nell’ultima parte troverete l’angolo degli studenti italiani delle scuole superiori, i cui interventi sono considerati parte di un nostro progetto realizzato insieme ai docenti italiani per promuovere la conoscenza del cinema italiano tra i giovani e per portare il cinema in tutte le scuole.
Grazie per l’attenzione e buona lettura. ...continua a leggere

Antonio C. Vitti

 
 

18 May

Il Permesso, (oppure: Il volto oltre le sbarre – il rischio ci appartiene), soggetto cinematografico di Giuseppe De Santis e Franco Reggiani, a cura di Antonio Vitti

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Premessa
L’antivigilia di Natale del 1986, dieci detenute condannate a gravissime pene per fatti di terrorismo, sono uscite per quattro ore dal carcere di Torino, grazie alla nuova legge penitenziaria Gozzini. Del gruppo facevano parte la famosa Susana Ronconi, condannata all’ergastolo ed altre nove ex-terroriste di Prima Linea e delle Brigate Rosse.
Il permesso era stato accordato per consentire alle detenute di assistere allo spettacolo teatrale “Il volto oltre le sbarre,” alla cui preparazione esse stesse avevano partecipato in carcere, insieme con attori ed animatori della Cooperativa “Teatro Z” ed in quanto si tratta di ex-terroriste appartenenti alla cosiddetta “area omogenea” che raduna i dissociati dalla lotta armata.
La proposta che presentiamo (s’intende tutta da discutere e sviluppare), è quella di ricostruire, in base alle ...continua a leggere

 

28 Dec

Simona Bondavalli, Fictions of Youth. Pier Paolo Pasolini, Adolescence, Fascisms., di Edward Bowen

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Toronto: University of Toronto Press, 2015. 288 pages.

Bondavalli’s book offers a thorough examination of Pasolini’s conceptualizations of youth in his poems, novels, films, and articles spanning his career from the early 1940s until the mid-1970s. Pasolini’s reflections on the ideal qualities of youth and his thoughts on the actions of young Italians played a central role in shaping his literary and cinematic works. Bondavalli asserts that “the discourse of youth was the arena in which the author negotiated, with readers, viewers, institutions, and other intellectuals, his assessment of the substantial changes taking place in the country”. Bondavalli structures her book chronologically, and each of the six chapters focuses on ...continua a leggere

 

28 Dec

L’itinerario cinematografico di Pier Paolo Pasolini, di Antonio C. Vitti

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Cinema come primo amore
Nel panorama culturale italiano degli anni Sessanta quando Pasolini debutta nel mondo del cinema, la sua figura di intellettuale rappresenta per la moltiplicità di interessi una novità, ampliata anche dal fatto che le sue opere raggiungono clamorosi successi in diversi campi. Il debutto cinematografico di Pasolini è stato mitizzato da Bernardo Bertolucci che aveva anche colto la capacità del neoregista fin dal primo film di potere fare diventare il cinema un suo strumento: “Accattone fu un’esperienza intossicante e drammatica. Dalla mia prima volta sul set vero di un film mi aspettavo di tutto, ma non di assistere alla nascita del cinema. Come si sa, Pasolini veniva dalla letteratura, dalla poesia, dalla critica, dalla filologia, dalla storia dell’arte. I suoi incontri con il cinema erano stati soprattutto da scrittore, qualche bella sceneggiatura l’aveva firmata, ma era un rapporto ...continua a leggere

 

28 Dec

Captatio cadaveris: Pier Paolo Pasolini from Desperate Vitality to Disparate Reality, di Pasquale Verdicchio

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In a 1967 piece entitled “Osservazioni sul piano sequenza” (Observations on the Long Take), that became part of the important collection Empirismo eretico (Heretical Empiricism, 1977), Pier Paolo Pasolini put forth the notion that montage works in film the same process that death does in our lives. “Observations” takes as its point of departure the “16mm film of Kennedy’s death. Recorded by a spectator in the crowd, [the sequence] is a long take, the most typical sequence imaginable.” Pasolini uses the famous footage that has come to be known as the Zapruder film in order to make his point on the function and meaning of the long-take, montage, sequencing and the reliability of cinema in the representation of “reality.” In order to make his point, Pasolini asks us to imagine that we have at our disposal an infinite number of ...continua a leggere

 

28 Dec

Cinema come arma: Pasolini e il caso di 12 dicembre, di Christian Uva

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La tragica data del 12 dicembre 1969, giorno della strage di piazza Fontana a Milano, rappresenta un punto di svolta essenziale nella storia italiana, ovvero, secondo una famosa definizione la cui paternità viene rivendicata dai fondatori di Lotta Continua, il momento della «perdita dell’innocenza» di un intero paese.
Come segnalato da molteplici storici e osservatori, è all’indomani dell’eccidio alla Banca Nazionale dell’Agricoltura che cominciano ufficialmente gli anni ’70 e quindi una nuova stagione storica, politica e culturale segnalata anzitutto da un momento di pausa e ripensamento per tutta la sinistra extraparlamentare se è vero che ...continua a leggere

 

28 Dec

Comizi d’amore: Ignorance, Intolerance and Conformism among the Bourgeoisie Compared to the Subproletariat, di Caroline Travalia

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I. Introduction
Of Pasolini’s more than twenty contributions to Italian cinema, including full-length features, documentaries and episodes in collective works, his 1964 production
Comizi d’amore (‘Love Meetings’) is not among the most well-known. The ninety-eight minute film inchiesta, whose working title was Cento paia di buoi (‘A hundred pairs of oxen’), offers an invaluable glimpse into the attitudes held by Italians towards sex, still considered a taboo during the economic boom of the 1960s.
Over the years, most authors have celebrated Pasolini’s subtle yet insistent approach as interviewer in Comizi, as ...continua a leggere

 

28 Dec

La notte quando è morto Pasolini, di Roberta Torre

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Nel mese di giugno 2008 incontro in un bar di Piazza Bologna a Roma Pino Pelosi. Penso che quello è l’uomo che ha visto per ultimo Pierpaolo Pasolini vivo.
Lo pedino per un mese aiutata da un amico comune e finiamo nella cantina di casa sua a Pietralata a fare questa intervista. Ci vediamo per quattro, cinque giorni dopo quell’incontro e io cerco di “ rapire” dalle sue parole un’emozione, un ricordo, una visione che mi aiutasse a “ sentire” quello che era successo in quella tragica notte.
[...] 
Roberta Torre: allora Pino partiamo da quando tu arrivi alla macchina con Pasolini e lui è stato ... ha aperto lo sportello e è stato preso e scaraventato fuori raccontami dei dettagli di questa situazione.
Pino Pelosi: questi ricordi mi fanno un po’ ancora terrore perché avevo diciassette anni ... ho subito un trauma... niente stavo in macchina ... stavamo parlando e a un certo punto è stato aperto ‘sto sportello è stato preso Pasolini violentemente e tirato fuori... da più individui e...è stato buttato per terra è stato malmenato ... lui urlava ... se è una rapina prendetevi i soldi...sono sotto al tappetino della macchina...questi.. .no, sporco frocio comunista di merda... ...continua a leggere

 

28 Dec

Essere cattivi e irredenti: da Pasolini a Caligari, di Stefano Socci

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L’idea della stessa esistenza arcaica, indifferentemente pre o postindustriale, caratterizza Accattone (1961) di Pasolini e Non essere cattivo (2015) di Claudio Caligari, due film piuttosto lontani nel tempo che, quindi, dovrebbero mostrare società diverse, separate dallo spartiacque degli anni Novanta del secolo scorso. Invece scaturiscono da un contesto e da una tensione quasi identici, nonostante Caligari (Amore tossico, 1983; L’odore della notte, 1998) abbia dichiarato di voler rappresentare la fine di una certa generazione pasoliniana mediante l’avvento delle droghe sintetiche. ...continua a leggere

 

28 Dec

Pasolini: poesia e profezia del reale, di Daniela Privitera

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Molto si è detto su Pasolini e il cinema, su quel rapporto ambiguo, originale e personale che legava lo scrittore alla settima arte.
Non è certamente questa la sede per affrontare un discorso complesso qual è quello che lega il poeta-regista al mondo della cinematografia. Certamente, la sua fu una cifra stilistica, originale e peculiare nel senso che, per lui, il cinema era un contenitore in cui esprimere le contraddizioni del suo essere, la necessità di andare oltre rispetto a tutto quello che altri avevano detto o fatto. Insomma, l’arte della cinematografia si tradusse per Pasolini nell’esigenza di reiventare un linguaggio innovativo in cui le immagini sapessero parlare anche di letteratura, di poesia, di arte, di ...continua a leggere

 

28 Dec

Pasolini a passo di danza: cortocircuiti est(etici) intorno alla figura di Fellini, di Federico Pacchioni

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“Egli danza.” Queste le parole con cui il regista interpretato da Orson Welles in La ricotta (Pasolini, 1963) risponde a un insistente giornalista il quale gli chiede un’opinione sul “grande regista Federico Fellini”. Esaminando la sceneggiatura de La ricotta troviamo che originariamente la domanda di questo dialogo differiva in modo significativo: “qual è la sua opinione... sul regista-scrittore P. P. Pasolini?” (Pasolini, “La ricotta” 336). L’affermazione enigmatica contenuta in La ricotta, che mescola distacco critico e riverenza, esprime in nuce la contraddittorietà dell’influsso di Fellini sulla poetica di Pasolini, ma può essere compresa a fondo soltanto calandola nel contesto più ampio del rapporto tra ...continua a leggere

 

28 Dec

Salò o le 120 giornate di Sodoma ovvero l’insostenibile perversione della società moderna, di Sebastiano Lucci

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Salò o le 120 giornate di Sodoma si presenta come un’opera particolarmente significativa nel corpus poetico di Pasolini. Un film che è allo stesso tempo allegoria del potere e della condizione umana e allo stesso tempo la rappresentazione di un’alienazione e di una disillusione di un’età contemporanea che mostra la sopraffazione dell’uomo da parte del potere, inteso sempre come elemento di opprimente manipolazione.
Pasolini compie una riflessione allegorica, ma allo stesso tempo realisticamente brutale e angosciante, della società moderna. Il passato, il regime fascista, la Repubblica di Salò rappresentano solo i punti di partenza di una critica severa, nei confronti di ...continua a leggere

 

28 Dec

Fare o non fare i nomi? Il dilemma dell’impegno e il Pasolini di Saviano, di Margherita Ganeri

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Qualsiasi riflessione sul lascito intellettuale di Pasolini finisce con l’incrociarsi con la questione dell’impegno: indubbiamente la sua figura si è imposta, forse anche in vita, ma soprattutto post mortem, come un’icona dell’engagement, come l’icona forse più rappresentativa della presunta stagione d’oro della militanza politico-culturale, identificata con gli anni Cinquanta-Settanta.
In realtà, la figura pubblica di Pasolini, soprattutto nei decenni successivi al suo omicidio, è stata più mitizzata che compresa: è stata più spesso trasfigurata nell’aura tragico-sacrificale del personaggio che non indagata nel concreto delle specifiche posizioni politico-culturali di volta in volta assunte. A un’analisi ravvicinata, ...continua a leggere

 

28 Dec

Insegnare Pasolini? Narrating, Remembering, and Forgetting Forever-Young Pasolini, di Simona Bondavalli

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Pasolini would be 93 years old in 2015, and while it is unlikely that he would still be alive even if he had not been killed forty years ago, the temptation to speculate on what he would be like, or what he would say, persists. Journalists, politicians, opinionisti reference him on a regular basis, whether to echo one of his far-sighted statements or to imagine his indictment of the current state of affairs. The belief that we ought to seek guidance in his forty-year-old social analyses, not only as individuals but as a society, also perseveres. Anniversaries offer further opportunities to lament his loss and invoke his clear vision. In January 2015, Italian Minister of Culture Dario Franceschini stated the necessity to ...continua a leggere

 

07 Oct

Incontro con Francesco Rosi: Il mio modo di fare cinema, di Antonio C. Vitti

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Sono nato a Napoli nel 1922, l’anno in cui Mussolini e i fascisti hanno cominciato a governare l’Italia. Ho vissuto i primi venti anni della mia vita in una grande città di antica storia e di forti contraddizioni. Napoli è la capitale del Sud, terra tormentata dall’arretratezza e lacerata dalla presenza secolare di criminalità organizzate molto potenti e radicate in tutto il territorio per ragioni culturali e politiche. Ho fatto studi classici e di giurisprudenza. Come molti giovani intellettuali della mia generazione sono cresciuto maturando sentimenti di avversione verso il fascismo. Le mie origini e le mie esperienze di vita quotidiana e intellettuale possono dare una spiegazione dell’impegno sociale e politico che si riscontra nella maggioranza dei miei film ...continua a leggere

 

07 May

San Miniato 1944: Attila e le belle contrade, di Luca Baiada

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Il 22 luglio 1944, sangue nel duomo di San Miniato, suggestiva cittadina del Valdarno pisano. Si ricordano 55 morti, compresi i bambini, ma la cifra vera potrebbe essere più alta, e ci potrebbero essere sorprese. In guerra in altri casi si muore in chiesa, ma qui è una carneficina. E in guerra ci sono preti che cadono insieme ai fedeli, ma dei 55 a San Miniato nessuno è un chierico.
Il fronte è vicinissimo. Al mattino i tedeschi hanno concentrato in piazza molti civili. Con la collaborazione del vescovo Ugo Giubbi, li hanno fatti entrare in chiesa. Il vescovo esorta a fare la comunione, dà una benedizione (qualcuno ricorda una vera e propria assoluzione e la dispensa dal digiuno eucaristico). Poi distribuisce immaginette, e se ne va poco dopo le nove. Alle dieci c’è la strage ...continua a leggere

 

07 May

Intervista a Giuseppe Tornatore, di Antonio C. Vitti

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Tornatore: Fare cinema per me significa più cose, da un lato è la realizzazione di un mio sogno antico, quello di fare film e, in particolar modo,il regista di film che mi sarebbe piaciuto vedere da spettatore. Fare cinema, però, significa soprattutto esprimere attraverso il linguaggio cinematografico quei sentimenti, quei pensieri che non riesco a esprimere in altri linguaggi. E’ il modo più impegnativo, più personale, più interiore di comunicare con gli altri.
Vitti: Come hai imparato a fare cinema?
Tornatore: Non ho imparato a fare cinema con lo studio, con la scuola, che forse poi è il modo più corretto, ma ho imparato a fare cinema cominciando da ...continua a leggere