Articoli Sezione: Saggi

27 Mar

Peppe De Santis: un maestro oltre il cinema, di Andrea D’Ambrosio

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A 18 anni decisi di lasciare il mio paese in provincia di Salerno per andare a Roma e cercare di capire un linguaggio, quello del cinema. Lessi che stava per aprire una scuola di cinema. La dirigevano Peppe e Pasqualino De Santis. Ricordo l’incontro alla sala del Nazareno, dove io ragazzo di provincia con mille dubbi e mille speranze incontrai questo signore minuto, con una vistosa giacca rossa e con i capelli bianchi. Mi affascinò subito. Avevo visto di sfuggita i suoi film. Riso amaro su tutti. Decisi che quella doveva essere la mia strada. Di li a poco Pasqualino morì durante le riprese del film La tregua di Rosi. Ma Peppe decise comunque di continuare. Parlare di lui per me è fare un percorso a ritroso nella mia vita, nella mia formazione etica e professionale. Le lezioni si tenevano ...continua a leggere

 

27 Mar

Dalla coralità all’individualismo. Le protagoniste del cinema di Giuseppe De Santis, di Carlotta Vacchelli

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1. Introduzione
Considerando il Neorealismo (o i Neorealismi, come è forse più appropriato, per riferirsi a un certo tipo di espressione cinematografica del periodo postbellico italiano) come la prima e più importante tappa della tematizzazione del vero nella storia del cinema, la produzione di Giuseppe De Santis si profila nell’orizzonte dell’immediato dopoguerra come il più alto punto di convergenza tra individuo e collettività:
Nel cinema del periodo fascista, la massa è sempre un coro colorito e passivo intorno a questo o a quel protagonista. In quasi tutti i film italiani neorealisti la gente ha veri e propri momenti di protagonismo. La coralità non è più, insomma, decorativa, scenografica, gerarchicamente ordinata, ma ...continua a leggere

 

27 Mar

Due esiliati: Giuseppe De Santis racconta Ovidio, di Francesco Samarini

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Questo contributo si occupa di Ovidio, l’arte di amare, un soggetto cinematografico realizzato da Sergio Amidei e Giuseppe De Santis nel 1966. Proposto a diversi produttori, il film non viene realizzato; tuttavia, il progetto mostra notevoli motivi di interesse, soprattutto se contestualizzato all’interno del percorso artistico del cineasta ciociaro, contraddistinto da una forte coerenza stilistica e ideologica, pur nella varietà dei generi affrontati.
Giuseppe De Santis (1917-1997) è senza dubbio uno dei registi più importanti del cinema postbellico in Italia. La sua carriera ha un inizio folgorante appena dopo la fine del secondo conflitto mondiale: già nel 1945 lo troviamo dietro la macchina da presa assieme a Luchino Visconti e Marcello Pagliero per realizzare il documentario Giorni di gloria, che racconta ...continua a leggere

 

27 Mar

La rivoluzione neorealista di Giuseppe De Santis, di Marco Grossi

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1. «Ci vedono…»
Quando i titoli di testa lasciano spazio all’immagine a tutto schermo di un bacio appassionato, e l’inquadratura si allarga ad includere due corpi, quei corpi in un talamo di sacchi a circoscrivere il cassone aperto di un camion in movimento, quel camion lambire un corso d’acqua e percorrere la banchina di uno scalo fluviale – un ramo del delta del Po – per poi deviare su una strada ferrata e oltrepassarla proprio mentre il sibilo e lo sbuffo di una locomotiva a vapore annunciano stentorei la presenza di un treno merci in arrivo, e infine in campo lungo un brulichio di biciclette e persone solca e progressivamente riempie lo spazio – il tutto raccontato con un movimento di gru in piano-sequenza –, siamo di fronte non solo all’incipit di un film ma a una vera e propria dichiarazione di poetica da parte dell’autore. ...continua a leggere

 

27 Mar

Modernità nel cinema neoralista. Alcune idee su Riso amaro (1949), Un marito per Anna Zaccheo (1953) e Giorni d’amore (1954) di Giuseppe De Santis, di Leonardo Cabrini

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Introduzione
Questo elaborato si propone di analizzare le occasioni di classicità e modernità all’interno di quel cinema del dopoguerra che storici, critici, teorici e cineasti chiamano neorealismo. Nel fare ciò prenderò, come caso di studio, esempi dalla filmografia di uno dei più importanti registi del periodo sopraccitato: Giuseppe De Santis.
Nella prima parte del saggio traccerò alcune coordinate teoriche che interessano il movimento neorealista e alcuni prodotti culturali coevi. Proverò a individuare la spinta del cinema italiano verso la modernità, che si riflette nella coesistenza di una dimensione etica e di una dimensione estetica attraverso ...continua a leggere

 

27 Mar

Bernari e De Santis, così uniti così divisi, di Enrico Bernard

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L’amicizia e la collaborazione tra Carlo Bernari e Giuseppe De Santis possono essere sintetizzate con l’attributo „amaro“. Amaro è infatti il “riso“ del film capolavoro del neorealismo del 1949, come altrettanto “amaro“ è l’amore del romanzo breve di Bernari scritto nel 1954 e pubblicato da Vallecchi nel 1958. Il contrasto tra una visione positiva della vita e l’amarezza della condizione umana è senz’altro il minimo comun denominatore delle opere dei due artisti. Il riso di De Santis è ovviamente quello delle risaie e del duro lavoro delle mondine; ma vuoi perché il “riso“ rappresenta un alimento indispensabile e fonte ...continua a leggere

 

24 Dec

Viaggio nel Meridione di Biutiful Cauntri del regista Andrea D’Ambrosio, a cura di Vincenza Iadevaia

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Chi è Andrea D’Ambrosio e come nasce la passione per il cinema?
Andrea D’Ambrosio, nasce nella provincia profonda, al di là dell’Appennino Campano-Lucano, in quella terra arida che Manlio Rossi Doria ha definito “Terra dell’Osso”. Ad un certo punto decide di scoprire il mondo con gli occhi di un bambino. Prende la sua valigia di cartone e approda a Roma, dove incontra mostri sacri del cinema italiano, da Giuseppe De Santis a Carlo Lizzani, che gli trasmettono l’amore profondo per questo linguaggio ...continua a leggere

 

24 Dec

Francesco sempre attuale, anzi “inattuale”, a cura di Gaetana Marrone

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Nata a Carpi, in provincia di Modena, Liliana Cavani si laurea in Lettere Antiche all’università a Bologna. La sua passione per un cinema la porta ad iscriversi al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma agli inizi degli anni Sessanta. Vince ben presto un concorso per programmisti Rai, ma opta di collaborare come freelance con il nascente secondo canale. Alla Rai Cavani firma documentari, inchieste, e servizi che affrontano l’attualità della vita sociale e politica del Paese. Il suo primo lungometraggio, Francesco di Assisi (1966), è inconcepibile senza la meticolosa ricostruzione della realtà sperimentata durante gli anni dell’apprendistato documentaristico ...continua a leggere

 

24 Dec

Manhattan città aperta: The New World of Italian Cinema in Postwar America, by Anthony Burke Smith

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Reviewing Roma città aperta upon its Philadelphia premier in 1946 for one of the city’s major news dailies, the Philadelphia Sunday Record, Lee Morris identified the film’s story of the Italian resistance with Americans’ own historic struggles for freedom. In his piece entitled, “ ‘Open City’ Has Spirit that Makes a Movie—and a People—Great,” Morris commented on the moral conflict between the partisans and the Nazis, “The story is one of the oldest in the world, the battle of weakness and moral fervor refusing to surrender to cynical power…It is the story of St. George and the dragon, of David and Goliath, of the American minute men against the Redcoats ...continua a leggere

 

24 Dec

Roma e la sua campagna nelle prime rappresentazioni cinematografiche, di Fabrizio Natalini

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Nel volume Il paesaggio nel cinema italiano, Sandro Bernardi scrive: «Il paesaggio è un’esperienza, non un oggetto autonomo, e studiarlo significa studiare una cultura, il suo modo di costruirsi lo spazio, di rapportarsi a se stessa, quel rapporto fra il noto e l’ignoto che abitualmente chiamiamo “mondo”».
Considerando che il «paesaggio» a cui fa riferimento Bernardi è il fondale di scena, lo sfondo su cui si dipana la narrazione cinematografica, questo concetto assume ulteriori sviluppi se dal «paesaggio» si passa ad analizzare, in concreto, non uno sfondo qualsiasi, ma un luogo fortemente connotato come Roma ...continua a leggere

 

24 Dec

Divine Bodies: A Lesson from Caravaggio and His Chiaroscuro Technique, by Patrizia Comello Perry

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In an article in Segnocinema, Flavio De Bernardinis discusses the importance of teaching Italian cinema and quotes Elio Petri: “Italian cinema is a persistent sign of malaise” (De Bernardinis 15, my translation); the word is malessere in the original Italian version. Malessere is certainly present where film portrays the new reality of Italy as an immigration land. Over the past twenty-five years, film and immigration law have followed with extreme precision the changes and issues connected to this new reality ...continua a leggere

 

24 Dec

Il documentario italiano degli anni cinquanta e sessanta come «oggetto di discorso storico» e «fonte storica». “Il caso basilicata”, di Angela Brindisi

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1. Il documentario italiano come «oggetto di discorso storico» e «fonte storica»: gli anni Cinquanta e Sessanta
Data la storicità del documento filmico e «la sua profonda relazione con il contesto sociale e culturale che lo [sorregge]», il cinema può essere considerato, come sostiene Peppino Ortoleva, un «oggetto di discorso storico» e, allo stesso tempo e modo, una «fonte storica».
L’approccio analitico-interpretativo che lo storico deve riservare ad un testo cinematografico, perciò, non può che essere duplice: dopo aver collocato storicamente il film, ...continua a leggere

 

08 Oct

La mafia senza gloria in Placido Rizzotto, di Veronica Vegna

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Nel cinema italiano, la mafia siciliana è stata oggetto privilegiato della macchina da presa, contribuendo alla creazione di un’aura di mistero ed esercitando una sorta di fascinazione sul pubblico. In film come In nome della legge (1949) di Pietro Germi, ad esempio, al tema della lotta contro Cosa Nostra da parte del giovane pretore Guido Schiavi, si affianca anche quello della “vecchia mafia”, retta dall’onore e pronta a fare giustizia arrogandosi i compiti di uno Stato assente. I mafiosi siciliani, osservava il critico Vittorio Albano, «sono apparsi nel cinema italiano come fuorilegge, ma anche come giustizieri, con un proprio codice d’onore, e con un rigoroso rispetto degli avversari che sanno combattere lealmente». Nel caso de In nome della legge, la mitizzazione del fenomeno mafioso si innesta in una visione complessiva da parte del regista di una Sicilia avvolta nel mistero che, come spiega la voce fuoricampo all’inizio del film, «il forestiero non comprende». ...continua a leggere

 

08 Oct

From Sicily to Galveston: The Story of the Lost Actors of La Terra Trema and their Famous Film, by Circe Sturm

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In this essay, I tell a story of Sicilian actors, lost and found, and of the famous film they helped bring to life. The frame is the little known history of the Sicilian fishermen and their families who moved from Aci Trezza, Sicily to Galveston, Texas in the post WWII period. In their youth, when they were still living in Sicily, many of the elderly members of this community played key roles in Visconti’s 1948 neorealist masterpiece, La Terra Trema. Though this docudrama garnered critical acclaim, in large part due to the nuanced performances of these non-professional actors, most of them never saw the film that made Visconti famous until the mid 1980s. Drawing from archival research and ethnographic interviews, I recount the reactions that these “lost” actors had to the film when it was finally screened for them in Galveston, Texas, and explore what these responses might teach us about the ongoing significance of class and creative labor in Italian American experience. ...continua a leggere

 

08 Oct

Contemporary Italian Science Fiction Film: The Future of Italy, by Rob Rushing

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In a recent article, I argued that Italian science fiction films have historically been distinguished by two particular features. The first is a reluctance to imagine a serious Italian future (that is, the existence or even traces of the Italian nation state, but also italianità as an available ethnic identity). Recent films that do imagine an Italian future have been either parodic (Fascisti su Marte, InvaXön) or do so only in order to imagine the end of Italy and the rest of the world (L’arrivo di Wang, L’ultimo extraterrestre). In “Fortuna e politica” (“Chance and Politics”), the Italian philosopher Roberto Esposito has suggested that this hesitation in the face of the future is provoked by a profoundly Italian understanding of history as radically contingent, an understanding he traces to foundational figures like Giordano Bruno and Machiavelli. ...continua a leggere

 

08 Oct

Tutti a casa, di Fabrizio Natalini

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Alla fine di agosto 2006 è stata distribuita in Italia un’edizione in dvd di Tutti a casa di Luigi Comencini della durata di circa 117 minuti, che riporta sulla copertina la formula: “Video e audio restaurati da negativo originale”. Nessuna enfasi è stata data a questa iniziativa, che non ha avuto, d’altronde, alcun rilievo sulla stampa. Questa versione di 117 minuti sembra essere, approssimativamente, quella di 120 minuti, l’originale durata di proiezione del film, se si considera che la scheda Anica dall’Archivio del cinema italiano, dedotta dal visto di censura, riportava per Tutti a casa la lunghezza di ...continua a leggere

 

08 Oct

Roma ore 11 di Giuseppe De Santis: una sinfonia architettonica, di Sebastiano Lucci

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Con Roma ore 11 De Santis raffigura l’Italia del primo dopoguerra e le sue più drammatiche realtà attraverso la rappresentazione di un mondo sostanzialmente al femminile.
Le loro storie, sovrapponendosi, costituiscono il nucleo del film che prende spunto da un drammatico fatto di cronaca: il crollo delle scale avvenuto lunedì 15 gennaio 1951 in Via Savoia 31, dove erano accorse numerose donne per un unico posto di lavoro come dattilografa. Nell’incidente molte di loro rimangono ferite e una di loro – Anna Maria Baraldi - perde la vita. ...continua a leggere

 

18 May

Problemi di produzione e di distribuzione in sala del cinema indipendente in Italia, di Rean Mazzone

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Il 2015 viene definito dai media “una stagione memorabile per il cinema”. Secondo la società di consulenza Rentrak, il 2015 è stato l’anno in cui il cinema ha fatturato di più, con un giro d’affari di 38 miliardi di dollari in soli biglietti staccati: il dato deriva da un’analisi compiuta su 125mila schermi e 25mila cinema in 64 nazioni. In un periodo storico che vede tante alternative alla “vecchia” sala cinematografica. Questa è, in ogni caso, anche secondo i media, un’ottima notizia per il settore. Ma prima di lanciarsi in questo smodato ottimismo è bene approfondire, anche se brevemente, la cognizione di questi dati incrociandoli con altri a livello locale.
Secondo i dati ANICA (Associazione nazionale industrie cinematografiche audiovisive e multimediali) nel 2015 il cinema ha incassato, nelle sale italiane, 637 milioni di euro (575 milioni del 2014). Su 473 film usciti in sala nel 2015, 187 sono italiani, inclusi quelli realizzati in coproduzione minoritaria, contro i 170 del 2014. ...continua a leggere

 

18 May

Napoli 1799 – Napoli 1943: perché una rivoluzione fallisce e un ‘gioco da scugnizzi’ riesce, di Elisa Marani

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Perché la Rivoluzione Napoletana del 1799 è fallita? E perché invece le «Quattro giornate» di Napoli del 1943 riuscirono? I due episodi azionano nella memoria collettiva una associazione di idee quasi automatica: il primo viene ricordato come il tentativo fallimentare di trapiantare in Italia l’esperienza rivoluzionaria francese dell’ ’89, mentre l’altro resta impresso come momento glorioso nella storia nazionale nella lotta contro il nazismo.
Ma è proprio cosi? Il corso della storia e il ‘destino’ dei popoli non si possono spiegare soltanto attraverso categorie storiografiche. Come nella vita dei singoli, così pure nella vita di ogni Paese, non c’è nulla di causale nel fallimento e nel successo di un accadimento, ci sono sempre delle ragioni, più o meno evidenti, che concorrono a tracciare un percorso in una direzione o nell’altra. ...continua a leggere

 

17 May

Novecento tra poesia e politica: Bertolucci e il teatro popolare dei burattini, di Federico Pacchioni

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Siamo nel parmense, durante lo sciopero generale agrario del 1908. I figli degli scioperanti vengono mandati a Genova dove il “Soccorso Rosso” si prenderà cura di loro. Aspettando la partenza del treno, genitori e bambini assistono a uno spettacolo di burattini in piazza. Lo spettacolo pur offrendo un ultimo momento di distrazione e di risata prima della separazione diviene anche voce del rancore collettivo verso i padroni e le autorità. Il dialogo tra Fagiolino (o Fasolino) e Sandrone, i due protagonisti in scena, sottolinea lo svolgersi dello sciopero e i motivi della partenza, e provoca il riso con gli strafalcioni di Sandrone rintuzzati dall’arguzia di Fagiolino. I burattini iniziano presto a incitare allo sciopero generale e alla rivoluzione, al che sopraggiungono due burattini carabinieri, che Fagiolino e Sandrone accolgono con sonanti bastonate. La scena attira l’attenzione di due veri carabinieri a cavallo i quali si scagliano contro il teatrino prendendolo a sciabolate, facendo esplodere il pubblico sdegnato in una sassaiola contro i militari. ...continua a leggere

 

17 May

Dov’è la libertà? Roberto Rossellini e il fantasma della Shoah, di Vincenza Iadevaia

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Per molti anni, il silenzio intorno alla questione ebraica, diventa per il cinema italiano assordante e insormontabile. In relazione all’Olocausto, sarebbe doveroso chiedersi in che posizione si colloca la produzione cinematografica di Roberto Rossellini. L’assenza di un dibattito intorno alla tragedia degli ebrei, alla loro deportazione, e allo sterminio di massa, fa da sfondo, infatti, non solo alla società italiana degli anni post-guerra, ma anche al mondo del cinema. Nell’analizzare la cinematografia del regista romano, pur emergendo da essa una profonda e lucida attenzione agli eventi, alla storia e alle tragedie, qualcosa sfugge, o perché non tutto è possibile raccontare o perché anche quel cinema che può raccontare il reale, in realtà ha i suoi limiti. Il silenzio che avvolge la questione ebraica, colpisce, infatti, lo stesso Rossellini che sembra non voler entrare nell’argomento. Nell’episodio del film Paisà - Il Protestante e il Cristiano - la figura dell’ebreo è solo accennata, dal momento che si vuole sottolineare l’effetto esagerato delle reazioni dei monaci cristiani italiani pronti a salvarne le anime invocando la conversione. ...continua a leggere

 

17 May

A Woman, A History, A Movie: Ida Dalser’s Tragic Resistance From History To Film, di Marianna De Tollis

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In 2009, the Italian movie director, actor, and screenwriter, Marco Bellocchio, decides to bring to life, on the big screen, an historical yet political movie entitled Vincere; the only Italian movie that would be presented for an Award at the festival of Cannes in the spring of the same year. Bellocchio decides to present an atypical historical/political account in which he focuses not on the life-story of the fascist leader, Benito Mussolini (Filippo Timi), but rather on that of a mysterious/forgotten woman, Ida Irene Dalser (Giovanna Mezzogiorno), who claimed, “again and again,” to be the first wife of the Duce. This woman is, according to Natalia Aspesi, “quella Ida Dalser che [Mussolini] avrebbe poi sposato (forse) con matrimonio religioso in 1914” – “that Ida Dalser whom [Mussolini] will eventually marry (perhaps) with a religious ceremony in 1914” (La Repubblica). ...continua a leggere

 

17 May

Roma come Vienna: L’uccello dalle piume di cristallo di Dario Argento, di Carlo Coen

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Le migliori opere di Dario Argento dominano il decennio 1970-1980 e non è certamente casuale che la maggioranza dei contributi a lui dedicati si incentrino sul suo primo decennio di produzione; la letteratura critica, che si è spesso accompagnata a numerosi libri-intervista, lo ha classificato molto di frequente come auteur nel senso proprio del termine: i film di Argento sono ampiamente riconoscibili e l’impronta del regista, che esercita un profondo e totale controllo su di essi, pervade l’intera sua opera.
Che si possa o no parlare in modo convenzionale di “Autore”, dunque, quello di Argento è di certo un mondo coerente, riconoscibile al primo sguardo, popolato com’è di gesti rituali ricorrenti, di ossessioni reiterate, di costanti riconoscibili che a volte “confondono” i film del Nostro in un grande magma compatto (Zagarrio 19). ...continua a leggere

 

16 Apr

Sul finale di “La dolce vita”, di Fabrizio Natalini

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La sequenza finale di La dolce vita, Marcello e Paolina sulla spiaggia di Fregene
Nel mio libro Un amore a Roma dal romanzo al film, Roma, Artemide, 2010, affrontavo la genesi del film che, nel 1960, Dino Risi aveva diretto basandosi su una sceneggiatura che Ennio Flaiano aveva tratto dall’omonimo romanzo di Ercole Patti. Nell’analisi evidenziavo come alcune soluzioni narrative dello scrittore catanese fossero confluite ne La dolce vita di Federico Fellini. Diverse analogie e similitudini - a partire dal nome del protagonista - e, in particolare, il finale che in entrambi i casi vede l’incontro fra un uomo e una ragazza sulla spiaggia di Fregene, località marina poco distante dalla Capitale.
Nella mia ricostruzione ipotizzavo quella che a mio avviso è una evenienza plausibile, e cioè che Flaiano, nell’estate del 1958, proprio a Fregene, nello scrivere nella casa di Fellini la sceneggiatura di La dolce vita, con il regista e Tullio Pinelli, si fosse ricordato della chiusa del libro di Patti, pubblicato due anni prima, in cui il protagonista aveva un simbolico incontro, una rivelazione finale (epifania finale), con una giovinetta su ...continua a leggere

 

16 Apr

“Comizi d’amore”, frammenti di un discorso politico, di Mauro Mangano

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Il film è Comizi d’amore, l’artista geniale è Pier Paolo Pasolini. L’anno il 1963. Recente il lavoro su Accattone, Mamma Roma, La Ricotta, in corso quello sul Vangelo secondo Matteo. Eppure Pasolini dedica alcuni mesi ad un’opera del tutto differente dalle altre, un film costruito montando delle interviste raccolte da Pasolini stesso in un percorso di ricerca breve ma intenso svolto per tutta la penisola italiana, ponendo domande sul sesso e l’amore sia a personaggi celebri, da Peppino di Capri ai calciatori del Bologna, da Giuseppe Ungaretti ad Oriana Fallaci, sia a persone comuni, di ogni estrazione sociale ed età, contadini, studenti, impiegati. Il risultato è una sorta di film documentario, o film verità, come lo definirà Alberto Moravia in una scena in cui conversa con Pasolini e Cesare Musatti, montata quasi all’inizio della pellicola. Il termine film verità, però, può essere legittimo per la tecnica della presa diretta, e per l’indubbia immediatezza dei dialoghi, che sono reali interviste e non seguono certo un copione sceneggiato, ma rischia di trarre in inganno, perché i Comizi d’amore sono un’opera attentamente ...continua a leggere

 

16 Apr

The Creationary Assemblage in Antonioni’s Red Desert and Zabriskie Point Antonioni, Deleuze, and the Creationary Assemblage, di Andrew Korn

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Italian director Michelangelo Antonioni’s color films Deserto rosso (Red Desert, 1964) and Zabriskie Point (1970) register a great shift in the filmmaker’s attitude toward the developments of Western society in the second half of the twentieth century. Red Desert tells the story of Giuliana (Monica Vitti), a young middleclass woman who struggles to survive a case of neurosis in her rapidly industrializing city of Ravenna, Italy. In a number of interviews taken around the making of the film in mid-1960s Italy, Antonioni maintains a general acceptance of the capitalist development of Italian society occurring at this time, expressing his fascination with the ways modernity transforms individuals and their environment:
The lines and curves of factories and their chimneys can be more beautiful than the outline of trees, which we are already too accustomed to seeing. It is a rich world, alive and serviceable. I have to say that the neurosis I sought to describe in Red Desert is above all a matter of adjusting. ...continua a leggere

 

16 Apr

L’epico-religioso e il comico-popolare, di Roberto De Gaetano

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Auerbach in Mimesis pone un punto di cesura importante, nella sua analisi del realismo nella let- teratura occidentale, tra il realismo antico e quello delle scritture evangeliche:
L’antica norma stilistica per cui l’imitazione del reale, la descrizione del quotidiano qualunque non poteva essere che comica (o tutt’al più idilliaca) è dunque inconciliabile con la rappresentazione di forze storiche, non appena questa cerchi di dar figura concreta alle cose, poiché allora è costretta a discendere nelle profondità quotidiane e ordinarie della vita popolare e deve prendere sul serio ciò che vi incontra1. (Auerbach 52)
L’esempio scelto da Auerbach è la scena della rinnegazione di Pietro nel Nuovo Testamento: “è troppo seria per la commedia, troppo d’ogni giorno e attuale per la tragedia, politicamente troppo irrilevante per la storiografia, ed ha assunto una forma di immedia- tezza che non si dà nelle letterature antiche” (53).
Ciò che le Sacre Scritture mettono radicalmente in questione è la “separazione degli stili,” per cui “tutto quello che è quotidiano, deve essere ...continua a leggere

 

16 Apr

Pier Paolo Pasolini a New York, di Dario Luigi Maria Celli

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Accompagnare un italiano che per la prima volta mette il piede negli Stati Uniti è sempre una esperienza interessante. Perché in quel modo si può “vedere” l’America attraverso gli occhi “vergini” di chi, dell’America, avrà sentito migliaia di giudizi, così come ne avrà letto su centinaia di libri. Ma se l’“esploratore” del Nuovo Mondo si chiama Pier Paolo Pasolini è facile capire che il suo punto di vista diventa eccezionale.
Siamo alla fine dell’estate del 1966.
Le Torri Gemelle erano ancora in fase di completamento: c’era già la Torre Nord (iniziata due anni prima); ma lo skyline di New York non comprendeva ancora la Torre Sud, la cui costruzione sarebbe iniziata due anni dopo.
Pier Paolo Pasolini è nel continente americano per la presentazione, a Montreal, in Canada, dei suoi film “Accattone” e “Uccellacci e Uccellini”. Una volta terminati i suoi impegni canadesi, Pasolini, editorialista del Corriere della Sera, aveva previsto di incontrare a New York Oriana Fallaci, che da tempo risiedeva nella Grande Mela dove era corrispondente del settimanale Europeo e del Gruppo Rizzoli, del quale faceva parte, allora, il Corriere. I due non si erano mai conosciuti di persona, e fra loro avevano intrattenuto soltanto un ricco contatto epistolare.
Non era mai stato a Nuova York, Pasolini.
E immagino che da comunista - seppur “scomodo” qual era - si avvicinò alla città e all’America con ...continua a leggere

 

16 Apr

Cinema come magia collettiva, come compagno di giochi creativi nell’opera di Parise, di Gian Piero Brunetta

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Queste poche righe che Andrea Zanzotto dedica, nell’Introduzione ai due volumi dei Meridiani Mondadori del 1987, alla presenza di Parise nel cinema italiano del dopoguerra, e questa sua overevaluation del suo contributo cinematografico hanno brillato da subito come fosfeni, nella galassia di citazioni per me importanti in quegli anni sia per il lavoro sul cinema italiano, che per quello relativo alla storia dello spettatore nel buio della sala - o dell’icononauta, come mi è piaciuto chiamarlo - e delle sue emozioni.
Grazie alla suggestione delle parole di Zanzotto mi era piaciuto già allora cominciare a pensare al Parise cinematografico come al rappresentante italiano più significativo e fecondante, anche se inconsapevole, di quel genere letterario spagnolo grottesco e insensato di critica alla società, inaugurato da Ramón Maria del Valle-Inclán che va sotto il nome di esperpento. E in questa direzione credo si possa ancora lavorare prendendo in considerazione sia i suoi soggetti originali che le rielaborazioni di romanzi altrui. ...continua a leggere

 

16 Apr

Uccellacci e Uccellini: Il “Miracolo a Roma” di Pasolini, di Enrico Bernard

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I due principali protagonisti – le due “P” maiuscole dall’iniziale del nome - della letteratura italiana del Novecento, Pirandello e Pasolini, sfuggono ad analisi settoriali. Le loro opere sono infatti il frutto di sinergie di teatro e cinema, narrativa e poesia, saggistica e giornalismo, ove le arti visive concorrono tutte insieme nell’attività creativa. Senza contare che sia Pirandello che Pasolini non si sono esiliati in una “torre d’avorio” intellettuale, ma sono scesi in campo, con modalità diverse relativamente ai tempi, prendendo posizioni politiche, come il fascismo “critico” del primo e il marxismo altrettanto critico del secondo, aggiungendo così una ulteriore “P,” la “Politica,” alla loro biografia. Tuttavia non sempre la critica ha trovato gli strumenti e i criteri adatti ad affrontare a 360 gradi autori cosí complessi e poliedrici.
L’esigenza di un nuovo atteggiamento e organizzazione della ricerca delle cosiddette scienze umanistiche è sostenuta da Mario Praz che affronta la questione dal punto di vista metodologico: ...continua a leggere