Articoli Sezione: Saggi

22 Dec

Youth di Paolo Sorrentino: analisi descrittivo/interpretativa dei personaggi e riflessioni sulla vecchiaia”, di Mirella Montemurro

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Negli ultimi anni sono notevolmente aumentati i film che hanno come protagonisti degli agé. Questo probabilmente è spiegabile con le parole di Pier Paolo Pasolini (1999): «Riproducendo la realtà, che cosa fa il cinema? Il cinema esprime la realtà con la realtà». Come è successo in altri periodi storici, basti pensare all’immediato dopoguerra (ricordiamo i capolavori di Rossellini e De Sica), anche in questa epoca, dove la popolazione anziana è aumentata considerevolmente, l’occhio della cinepresa si focalizza su di essa. Si pensi ai recenti Amour (2012), Nebraska (2013), Mangelhorn (2014), The Humbling (2014), 45 anni (2015).
In questo breve scritto mi focalizzerò sull’ultimo film di Paolo Sorrentino: Youth, e attraverso esso cercherò di proporre delle riflessioni psicologiche sulla vecchiaia.
Youth è la storia di ...continua a leggere

 

22 Dec

La rappresentazione della donna nella commedia all’italiana tra modernità e conformismo, di Raffaella Sciarra

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Solitamente, quando si pensa alla commedia all’italiana, vengono subito in mente nomi di grandi mattatori della comicità quali Mastroianni, Gassman, Sordi, Tognazzi, Manfredi, che sui manuali di storia del cinema vengono giustamente magnificati per le indiscutibili abilità attoriali e comiche. La loro interpretazione dell’italiano medio e dei suoi difetti caratterizzanti sono ormai parte della memoria collettiva di qualsiasi italiano vissuto in quegli anni, ma anche delle successive generazioni. Ma cosa succede quando si pensa all’universo femminile cinematografico degli stessi anni? Chi sono state le “mattatrici” della commedia all’italiana e in che modo hanno rappresentato l’universo femminile degli anni del cambiamento sociale e culturale e del boom economico a cui il Bel Paese stava assistendo? C’è una corrispondenza tra i modelli femminili promossi sul grande schermo e la realtà delle donne italiane tra gli anni Cinquanta e Settanta? ...continua a leggere

 

22 Dec

Le bugie del potere e il giallo infinito dell’homo oeconomicus: note in margine a Le confessioni di Roberto Andò, di Daniela Privitera

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Ci sono molte domande nell’ultimo film di Roberto Andò, alcune delle quali sono destinate a rimanere senza risposta. Il film Le confessioni (2016) sembra infatti un giallo dell’anima che, sin dal titolo, sembra evocare il mistero insondabile che la parola “confessione” richiama.
Confessare dal latino “confiteor” vuol dire “rivelare, dichiarare spontaneamente, ammettere delle colpe.” Quello rappresentato da Andò è, infatti, una sorta di movimento interiore dell’uomo che, in perenne rotta di collisione con se stesso, riesce, a tratti, a rivelarsi ma non a riconciliarsi con il mondo.
Le confessioni sembra un film antico e moderno che si interroga in punta di piedi sui valori del bene e del male, su natura e cultura, povertà e ricchezza e soprattutto sulla perdita di quella decenza quotidiana che ...continua a leggere

 

22 Dec

Medietas espressiva e radici recitative nel cinepanettone. Tecniche, stili e tradizioni a confronto, di Natale Filice

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1. Onnivorismo del cinepanettone
Il presente saggio propone una lettura del fenomeno cinematografico tutto italiano universalmente conosciuto come filone dei cinepanettoni, concentrandosi sul ruolo che la modulazione delle tecniche recitative impiegate dai suoi interpreti ha giocato nella sua enorme diffusione presso un bacino di utenza estremamente variegato e inclassificabile. Sulla scorta di quanto recentemente affermato da Aaron Taylor, e cioè che le considerazioni, anche casuali, sulla recitazione “often serve as initiatory gestures toward a more coherent assessment of a film”(2012: 2), a partire dall’indirizzo strategico delle scelte recitative messe in campo, tenterò di dimostrare che i cinepanettoni (fin dai primi esperimenti) tendenzialmente agiscono come organismi onnivori, tanto rispetto alle loro componenti interne, quanto alla loro capacità di attrazione e inclusione del ...continua a leggere

 

22 Dec

La colonna sonora dei “neorealismi”, di Rosa Borgonovi

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Attraverso questo studio mi propongo di analizzare l’importanza della musica nel cinema del dopoguerra e le sue principali caratteristiche. Le colonne sonore di questo periodo storico e culturale rispecchiano profondamente la natura dei “neorealismi” che hanno svariati denominatori comuni, come la rappresentazione della vita quotidiana nei suoi valori e i sentimenti delle persone in quel dato periodo storico, anche se con stili e obiettivi completamente diversi. È necessario innanzitutto identificare il cosiddetto “neorealismo” con una corrente cinematografica non omogenea che ha creato un’estetica e una vera e propria identità nazionale all’estero, mantenendo, anche sotto l’aspetto sonoro, la ...continua a leggere

 

30 Oct

Dalla provincia al sogno dell’America tra nostalgia e cinismo. Il cinema di Pupi Avati negli anni Zero, di Enrico Zucchi

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Pupi Avati è uno dei registi italiani più prolifici del terzo millennio: dal 2000 al 2010, periodo di riferimento del presente studio, ha diretto ben undici film, a partire da I cavalieri che fecero l’impresa (2001), fino a Una sconfinata giovinezza (2010). Non v’è dubbio che egli sia stato protagonista sulla scena cinematografica italiana di questo millennio, e non soltanto in qualità di regista, ma anche di sceneggiatore, talent scout e produttore attraverso prima la A.M.A. Film, poi la DUEA Film, creando un’autentica “factory” (Nepoti 201) gestita nel tempo con la preziosa collaborazione del fratello Antonio.
La produzione avatiana degli anni Zero non è peraltro minimamente trascurabile all’interno di un discorso che vorrebbe tentare di inquadrare in senso lato la figura del nostro regista; è forse proprio con film di questi anni che egli entra di diritto a far parte di quel ...continua a leggere

 

30 Oct

Memoria e segreto nel cinema di Roberto Andò, di Marco Olivieri

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Una costante attenzione alla musica segreta del vivere caratterizza il cinema di Roberto Andò. Un cinema restituito alla sua natura di termometro artistico della contraddittorietà umana, nel tentativo di afferrare il silenzio e le note spesso impercettibili. In questo viaggio interiore, memoria e segreto risultano due componenti essenziali.
Già assistente alla regia di Francesco Rosi (Cristo si è fermato a Eboli, 1979), uno dei suoi due maestri (l’altro è Leonardo Sciascia), e di Federico Fellini (E la nave va, 1983), Michael Cimino (Il siciliano, 1987) e Francis Ford Coppola (Il padrino – Parte III, 1990), dal 1986 Andò alterna direzioni teatrali, cinematografiche e di opere liriche.
Lo sguardo poetico su una città di fantasmi, che caratterizza Diario senza date (1995), il suo esordio, in equilibrio tra documentario ed elementi di finzione, si può collegare alla fuga di immagini in dissolvenza che ritrae ...continua a leggere

 

30 Oct

Verdone’s construction of humor in the three protagonists of Bianco, Rosso e Verdone, di Caroline Travalia

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Introduction
In the early 1980’s Carlo Verdone picks up where Commedia all’Italiana directors like Monicelli and Risi left off, continuing the tradition of satirizing the struggles faced by Italians and the vices they share that turn them into their own worst enemies. Verdone departs from his predecessors by focusing more on the characters, who become larger-than-life exaggerations of themselves, with the storyline dropping to the background. In his first films he pays homage to his spiritual father, Alberto Sordi, through his Roman characters whose language and idiosyncrasies are the basis of the films’ absurd, self-deprecating humor. This paper focuses on Verdone’s second film, Bianco, Rosso e Verdone (1981), analyzing the reasons why the three characters interpreted by Verdone are ...continua a leggere

 

30 Oct

Flaiano sceneggiatore ai tempi del “Diario notturno”, di Fabrizio Natalini

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I testi contenuti nel Diario notturno vanno dal 1943 al 1956, anno della pubblicazione. È un periodo molto importante della vita dello scrittore che va dalla morte del padre Cetteo alla ricerca delle sue radici, quando – nel 1955 – si reca a Brescia per ritrovare la famiglia che lo aveva ospitato a dieci anni.
Ma è anche un periodo decisamente interessante per Flaiano uomo di cinema e assai poco studiato. Nell’ambito cinematografico si è scritto di lui, fondamentalmente a partire dal suo rapporto con Fellini, mentre il momento in oggetto è praticamente quasi ignorato. Certo in quegli anni ci sono eventi di grande rilievo, come l’esperienza de «Il Mondo» di Pannunzio, la pubblicazione di Tempo di uccidere da parte di Longanesi, la prima della commedia La guerra spiegata ai poveri al “Teatro Arlecchino” di Roma. Ma sono anche gli anni in cui il poco più che trentenne Flaiano si avvicina al cinema.
Dal 1943 al 1956 Flaiano partecipa alla scrittura di quasi ...continua a leggere

 

27 Mar

Peppe De Santis: un maestro oltre il cinema, di Andrea D’Ambrosio

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A 18 anni decisi di lasciare il mio paese in provincia di Salerno per andare a Roma e cercare di capire un linguaggio, quello del cinema. Lessi che stava per aprire una scuola di cinema. La dirigevano Peppe e Pasqualino De Santis. Ricordo l’incontro alla sala del Nazareno, dove io ragazzo di provincia con mille dubbi e mille speranze incontrai questo signore minuto, con una vistosa giacca rossa e con i capelli bianchi. Mi affascinò subito. Avevo visto di sfuggita i suoi film. Riso amaro su tutti. Decisi che quella doveva essere la mia strada. Di li a poco Pasqualino morì durante le riprese del film La tregua di Rosi. Ma Peppe decise comunque di continuare. Parlare di lui per me è fare un percorso a ritroso nella mia vita, nella mia formazione etica e professionale. Le lezioni si tenevano ...continua a leggere

 

27 Mar

Dalla coralità all’individualismo. Le protagoniste del cinema di Giuseppe De Santis, di Carlotta Vacchelli

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1. Introduzione
Considerando il Neorealismo (o i Neorealismi, come è forse più appropriato, per riferirsi a un certo tipo di espressione cinematografica del periodo postbellico italiano) come la prima e più importante tappa della tematizzazione del vero nella storia del cinema, la produzione di Giuseppe De Santis si profila nell’orizzonte dell’immediato dopoguerra come il più alto punto di convergenza tra individuo e collettività:
Nel cinema del periodo fascista, la massa è sempre un coro colorito e passivo intorno a questo o a quel protagonista. In quasi tutti i film italiani neorealisti la gente ha veri e propri momenti di protagonismo. La coralità non è più, insomma, decorativa, scenografica, gerarchicamente ordinata, ma ...continua a leggere

 

27 Mar

Due esiliati: Giuseppe De Santis racconta Ovidio, di Francesco Samarini

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Questo contributo si occupa di Ovidio, l’arte di amare, un soggetto cinematografico realizzato da Sergio Amidei e Giuseppe De Santis nel 1966. Proposto a diversi produttori, il film non viene realizzato; tuttavia, il progetto mostra notevoli motivi di interesse, soprattutto se contestualizzato all’interno del percorso artistico del cineasta ciociaro, contraddistinto da una forte coerenza stilistica e ideologica, pur nella varietà dei generi affrontati.
Giuseppe De Santis (1917-1997) è senza dubbio uno dei registi più importanti del cinema postbellico in Italia. La sua carriera ha un inizio folgorante appena dopo la fine del secondo conflitto mondiale: già nel 1945 lo troviamo dietro la macchina da presa assieme a Luchino Visconti e Marcello Pagliero per realizzare il documentario Giorni di gloria, che racconta ...continua a leggere

 

27 Mar

La rivoluzione neorealista di Giuseppe De Santis, di Marco Grossi

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1. «Ci vedono…»
Quando i titoli di testa lasciano spazio all’immagine a tutto schermo di un bacio appassionato, e l’inquadratura si allarga ad includere due corpi, quei corpi in un talamo di sacchi a circoscrivere il cassone aperto di un camion in movimento, quel camion lambire un corso d’acqua e percorrere la banchina di uno scalo fluviale – un ramo del delta del Po – per poi deviare su una strada ferrata e oltrepassarla proprio mentre il sibilo e lo sbuffo di una locomotiva a vapore annunciano stentorei la presenza di un treno merci in arrivo, e infine in campo lungo un brulichio di biciclette e persone solca e progressivamente riempie lo spazio – il tutto raccontato con un movimento di gru in piano-sequenza –, siamo di fronte non solo all’incipit di un film ma a una vera e propria dichiarazione di poetica da parte dell’autore. ...continua a leggere

 

27 Mar

Modernità nel cinema neoralista. Alcune idee su Riso amaro (1949), Un marito per Anna Zaccheo (1953) e Giorni d’amore (1954) di Giuseppe De Santis, di Leonardo Cabrini

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Introduzione
Questo elaborato si propone di analizzare le occasioni di classicità e modernità all’interno di quel cinema del dopoguerra che storici, critici, teorici e cineasti chiamano neorealismo. Nel fare ciò prenderò, come caso di studio, esempi dalla filmografia di uno dei più importanti registi del periodo sopraccitato: Giuseppe De Santis.
Nella prima parte del saggio traccerò alcune coordinate teoriche che interessano il movimento neorealista e alcuni prodotti culturali coevi. Proverò a individuare la spinta del cinema italiano verso la modernità, che si riflette nella coesistenza di una dimensione etica e di una dimensione estetica attraverso ...continua a leggere

 

27 Mar

Bernari e De Santis, così uniti così divisi, di Enrico Bernard

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L’amicizia e la collaborazione tra Carlo Bernari e Giuseppe De Santis possono essere sintetizzate con l’attributo „amaro“. Amaro è infatti il “riso“ del film capolavoro del neorealismo del 1949, come altrettanto “amaro“ è l’amore del romanzo breve di Bernari scritto nel 1954 e pubblicato da Vallecchi nel 1958. Il contrasto tra una visione positiva della vita e l’amarezza della condizione umana è senz’altro il minimo comun denominatore delle opere dei due artisti. Il riso di De Santis è ovviamente quello delle risaie e del duro lavoro delle mondine; ma vuoi perché il “riso“ rappresenta un alimento indispensabile e fonte ...continua a leggere

 

24 Dec

Viaggio nel Meridione di Biutiful Cauntri del regista Andrea D’Ambrosio, a cura di Vincenza Iadevaia

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Chi è Andrea D’Ambrosio e come nasce la passione per il cinema?
Andrea D’Ambrosio, nasce nella provincia profonda, al di là dell’Appennino Campano-Lucano, in quella terra arida che Manlio Rossi Doria ha definito “Terra dell’Osso”. Ad un certo punto decide di scoprire il mondo con gli occhi di un bambino. Prende la sua valigia di cartone e approda a Roma, dove incontra mostri sacri del cinema italiano, da Giuseppe De Santis a Carlo Lizzani, che gli trasmettono l’amore profondo per questo linguaggio ...continua a leggere

 

24 Dec

Francesco sempre attuale, anzi “inattuale”, a cura di Gaetana Marrone

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Nata a Carpi, in provincia di Modena, Liliana Cavani si laurea in Lettere Antiche all’università a Bologna. La sua passione per un cinema la porta ad iscriversi al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma agli inizi degli anni Sessanta. Vince ben presto un concorso per programmisti Rai, ma opta di collaborare come freelance con il nascente secondo canale. Alla Rai Cavani firma documentari, inchieste, e servizi che affrontano l’attualità della vita sociale e politica del Paese. Il suo primo lungometraggio, Francesco di Assisi (1966), è inconcepibile senza la meticolosa ricostruzione della realtà sperimentata durante gli anni dell’apprendistato documentaristico ...continua a leggere

 

24 Dec

Manhattan città aperta: The New World of Italian Cinema in Postwar America, by Anthony Burke Smith

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Reviewing Roma città aperta upon its Philadelphia premier in 1946 for one of the city’s major news dailies, the Philadelphia Sunday Record, Lee Morris identified the film’s story of the Italian resistance with Americans’ own historic struggles for freedom. In his piece entitled, “ ‘Open City’ Has Spirit that Makes a Movie—and a People—Great,” Morris commented on the moral conflict between the partisans and the Nazis, “The story is one of the oldest in the world, the battle of weakness and moral fervor refusing to surrender to cynical power…It is the story of St. George and the dragon, of David and Goliath, of the American minute men against the Redcoats ...continua a leggere

 

24 Dec

Roma e la sua campagna nelle prime rappresentazioni cinematografiche, di Fabrizio Natalini

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Nel volume Il paesaggio nel cinema italiano, Sandro Bernardi scrive: «Il paesaggio è un’esperienza, non un oggetto autonomo, e studiarlo significa studiare una cultura, il suo modo di costruirsi lo spazio, di rapportarsi a se stessa, quel rapporto fra il noto e l’ignoto che abitualmente chiamiamo “mondo”».
Considerando che il «paesaggio» a cui fa riferimento Bernardi è il fondale di scena, lo sfondo su cui si dipana la narrazione cinematografica, questo concetto assume ulteriori sviluppi se dal «paesaggio» si passa ad analizzare, in concreto, non uno sfondo qualsiasi, ma un luogo fortemente connotato come Roma ...continua a leggere

 

24 Dec

Divine Bodies: A Lesson from Caravaggio and His Chiaroscuro Technique, by Patrizia Comello Perry

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In an article in Segnocinema, Flavio De Bernardinis discusses the importance of teaching Italian cinema and quotes Elio Petri: “Italian cinema is a persistent sign of malaise” (De Bernardinis 15, my translation); the word is malessere in the original Italian version. Malessere is certainly present where film portrays the new reality of Italy as an immigration land. Over the past twenty-five years, film and immigration law have followed with extreme precision the changes and issues connected to this new reality ...continua a leggere

 

24 Dec

Il documentario italiano degli anni cinquanta e sessanta come «oggetto di discorso storico» e «fonte storica». “Il caso basilicata”, di Angela Brindisi

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1. Il documentario italiano come «oggetto di discorso storico» e «fonte storica»: gli anni Cinquanta e Sessanta
Data la storicità del documento filmico e «la sua profonda relazione con il contesto sociale e culturale che lo [sorregge]», il cinema può essere considerato, come sostiene Peppino Ortoleva, un «oggetto di discorso storico» e, allo stesso tempo e modo, una «fonte storica».
L’approccio analitico-interpretativo che lo storico deve riservare ad un testo cinematografico, perciò, non può che essere duplice: dopo aver collocato storicamente il film, ...continua a leggere

 

08 Oct

La mafia senza gloria in Placido Rizzotto, di Veronica Vegna

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Nel cinema italiano, la mafia siciliana è stata oggetto privilegiato della macchina da presa, contribuendo alla creazione di un’aura di mistero ed esercitando una sorta di fascinazione sul pubblico. In film come In nome della legge (1949) di Pietro Germi, ad esempio, al tema della lotta contro Cosa Nostra da parte del giovane pretore Guido Schiavi, si affianca anche quello della “vecchia mafia”, retta dall’onore e pronta a fare giustizia arrogandosi i compiti di uno Stato assente. I mafiosi siciliani, osservava il critico Vittorio Albano, «sono apparsi nel cinema italiano come fuorilegge, ma anche come giustizieri, con un proprio codice d’onore, e con un rigoroso rispetto degli avversari che sanno combattere lealmente». Nel caso de In nome della legge, la mitizzazione del fenomeno mafioso si innesta in una visione complessiva da parte del regista di una Sicilia avvolta nel mistero che, come spiega la voce fuoricampo all’inizio del film, «il forestiero non comprende». ...continua a leggere

 

08 Oct

From Sicily to Galveston: The Story of the Lost Actors of La Terra Trema and their Famous Film, by Circe Sturm

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In this essay, I tell a story of Sicilian actors, lost and found, and of the famous film they helped bring to life. The frame is the little known history of the Sicilian fishermen and their families who moved from Aci Trezza, Sicily to Galveston, Texas in the post WWII period. In their youth, when they were still living in Sicily, many of the elderly members of this community played key roles in Visconti’s 1948 neorealist masterpiece, La Terra Trema. Though this docudrama garnered critical acclaim, in large part due to the nuanced performances of these non-professional actors, most of them never saw the film that made Visconti famous until the mid 1980s. Drawing from archival research and ethnographic interviews, I recount the reactions that these “lost” actors had to the film when it was finally screened for them in Galveston, Texas, and explore what these responses might teach us about the ongoing significance of class and creative labor in Italian American experience. ...continua a leggere

 

08 Oct

Contemporary Italian Science Fiction Film: The Future of Italy, by Rob Rushing

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In a recent article, I argued that Italian science fiction films have historically been distinguished by two particular features. The first is a reluctance to imagine a serious Italian future (that is, the existence or even traces of the Italian nation state, but also italianità as an available ethnic identity). Recent films that do imagine an Italian future have been either parodic (Fascisti su Marte, InvaXön) or do so only in order to imagine the end of Italy and the rest of the world (L’arrivo di Wang, L’ultimo extraterrestre). In “Fortuna e politica” (“Chance and Politics”), the Italian philosopher Roberto Esposito has suggested that this hesitation in the face of the future is provoked by a profoundly Italian understanding of history as radically contingent, an understanding he traces to foundational figures like Giordano Bruno and Machiavelli. ...continua a leggere

 

08 Oct

Tutti a casa, di Fabrizio Natalini

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Alla fine di agosto 2006 è stata distribuita in Italia un’edizione in dvd di Tutti a casa di Luigi Comencini della durata di circa 117 minuti, che riporta sulla copertina la formula: “Video e audio restaurati da negativo originale”. Nessuna enfasi è stata data a questa iniziativa, che non ha avuto, d’altronde, alcun rilievo sulla stampa. Questa versione di 117 minuti sembra essere, approssimativamente, quella di 120 minuti, l’originale durata di proiezione del film, se si considera che la scheda Anica dall’Archivio del cinema italiano, dedotta dal visto di censura, riportava per Tutti a casa la lunghezza di ...continua a leggere

 

08 Oct

Roma ore 11 di Giuseppe De Santis: una sinfonia architettonica, di Sebastiano Lucci

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Con Roma ore 11 De Santis raffigura l’Italia del primo dopoguerra e le sue più drammatiche realtà attraverso la rappresentazione di un mondo sostanzialmente al femminile.
Le loro storie, sovrapponendosi, costituiscono il nucleo del film che prende spunto da un drammatico fatto di cronaca: il crollo delle scale avvenuto lunedì 15 gennaio 1951 in Via Savoia 31, dove erano accorse numerose donne per un unico posto di lavoro come dattilografa. Nell’incidente molte di loro rimangono ferite e una di loro – Anna Maria Baraldi - perde la vita. ...continua a leggere

 

18 May

Problemi di produzione e di distribuzione in sala del cinema indipendente in Italia, di Rean Mazzone

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Il 2015 viene definito dai media “una stagione memorabile per il cinema”. Secondo la società di consulenza Rentrak, il 2015 è stato l’anno in cui il cinema ha fatturato di più, con un giro d’affari di 38 miliardi di dollari in soli biglietti staccati: il dato deriva da un’analisi compiuta su 125mila schermi e 25mila cinema in 64 nazioni. In un periodo storico che vede tante alternative alla “vecchia” sala cinematografica. Questa è, in ogni caso, anche secondo i media, un’ottima notizia per il settore. Ma prima di lanciarsi in questo smodato ottimismo è bene approfondire, anche se brevemente, la cognizione di questi dati incrociandoli con altri a livello locale.
Secondo i dati ANICA (Associazione nazionale industrie cinematografiche audiovisive e multimediali) nel 2015 il cinema ha incassato, nelle sale italiane, 637 milioni di euro (575 milioni del 2014). Su 473 film usciti in sala nel 2015, 187 sono italiani, inclusi quelli realizzati in coproduzione minoritaria, contro i 170 del 2014. ...continua a leggere

 

18 May

Napoli 1799 – Napoli 1943: perché una rivoluzione fallisce e un ‘gioco da scugnizzi’ riesce, di Elisa Marani

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Perché la Rivoluzione Napoletana del 1799 è fallita? E perché invece le «Quattro giornate» di Napoli del 1943 riuscirono? I due episodi azionano nella memoria collettiva una associazione di idee quasi automatica: il primo viene ricordato come il tentativo fallimentare di trapiantare in Italia l’esperienza rivoluzionaria francese dell’ ’89, mentre l’altro resta impresso come momento glorioso nella storia nazionale nella lotta contro il nazismo.
Ma è proprio cosi? Il corso della storia e il ‘destino’ dei popoli non si possono spiegare soltanto attraverso categorie storiografiche. Come nella vita dei singoli, così pure nella vita di ogni Paese, non c’è nulla di causale nel fallimento e nel successo di un accadimento, ci sono sempre delle ragioni, più o meno evidenti, che concorrono a tracciare un percorso in una direzione o nell’altra. ...continua a leggere

 

17 May

Novecento tra poesia e politica: Bertolucci e il teatro popolare dei burattini, di Federico Pacchioni

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Siamo nel parmense, durante lo sciopero generale agrario del 1908. I figli degli scioperanti vengono mandati a Genova dove il “Soccorso Rosso” si prenderà cura di loro. Aspettando la partenza del treno, genitori e bambini assistono a uno spettacolo di burattini in piazza. Lo spettacolo pur offrendo un ultimo momento di distrazione e di risata prima della separazione diviene anche voce del rancore collettivo verso i padroni e le autorità. Il dialogo tra Fagiolino (o Fasolino) e Sandrone, i due protagonisti in scena, sottolinea lo svolgersi dello sciopero e i motivi della partenza, e provoca il riso con gli strafalcioni di Sandrone rintuzzati dall’arguzia di Fagiolino. I burattini iniziano presto a incitare allo sciopero generale e alla rivoluzione, al che sopraggiungono due burattini carabinieri, che Fagiolino e Sandrone accolgono con sonanti bastonate. La scena attira l’attenzione di due veri carabinieri a cavallo i quali si scagliano contro il teatrino prendendolo a sciabolate, facendo esplodere il pubblico sdegnato in una sassaiola contro i militari. ...continua a leggere

 

17 May

Dov’è la libertà? Roberto Rossellini e il fantasma della Shoah, di Vincenza Iadevaia

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Per molti anni, il silenzio intorno alla questione ebraica, diventa per il cinema italiano assordante e insormontabile. In relazione all’Olocausto, sarebbe doveroso chiedersi in che posizione si colloca la produzione cinematografica di Roberto Rossellini. L’assenza di un dibattito intorno alla tragedia degli ebrei, alla loro deportazione, e allo sterminio di massa, fa da sfondo, infatti, non solo alla società italiana degli anni post-guerra, ma anche al mondo del cinema. Nell’analizzare la cinematografia del regista romano, pur emergendo da essa una profonda e lucida attenzione agli eventi, alla storia e alle tragedie, qualcosa sfugge, o perché non tutto è possibile raccontare o perché anche quel cinema che può raccontare il reale, in realtà ha i suoi limiti. Il silenzio che avvolge la questione ebraica, colpisce, infatti, lo stesso Rossellini che sembra non voler entrare nell’argomento. Nell’episodio del film Paisà - Il Protestante e il Cristiano - la figura dell’ebreo è solo accennata, dal momento che si vuole sottolineare l’effetto esagerato delle reazioni dei monaci cristiani italiani pronti a salvarne le anime invocando la conversione. ...continua a leggere