Articoli Sezione: Maestri di cinema

30 Oct

Dalla provincia al sogno dell’America tra nostalgia e cinismo. Il cinema di Pupi Avati negli anni Zero, di Enrico Zucchi

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Pupi Avati è uno dei registi italiani più prolifici del terzo millennio: dal 2000 al 2010, periodo di riferimento del presente studio, ha diretto ben undici film, a partire da I cavalieri che fecero l’impresa (2001), fino a Una sconfinata giovinezza (2010). Non v’è dubbio che egli sia stato protagonista sulla scena cinematografica italiana di questo millennio, e non soltanto in qualità di regista, ma anche di sceneggiatore, talent scout e produttore attraverso prima la A.M.A. Film, poi la DUEA Film, creando un’autentica “factory” (Nepoti 201) gestita nel tempo con la preziosa collaborazione del fratello Antonio.
La produzione avatiana degli anni Zero non è peraltro minimamente trascurabile all’interno di un discorso che vorrebbe tentare di inquadrare in senso lato la figura del nostro regista; è forse proprio con film di questi anni che egli entra di diritto a far parte di quel ...continua a leggere

 

30 Oct

Memoria e segreto nel cinema di Roberto Andò, di Marco Olivieri

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Una costante attenzione alla musica segreta del vivere caratterizza il cinema di Roberto Andò. Un cinema restituito alla sua natura di termometro artistico della contraddittorietà umana, nel tentativo di afferrare il silenzio e le note spesso impercettibili. In questo viaggio interiore, memoria e segreto risultano due componenti essenziali.
Già assistente alla regia di Francesco Rosi (Cristo si è fermato a Eboli, 1979), uno dei suoi due maestri (l’altro è Leonardo Sciascia), e di Federico Fellini (E la nave va, 1983), Michael Cimino (Il siciliano, 1987) e Francis Ford Coppola (Il padrino – Parte III, 1990), dal 1986 Andò alterna direzioni teatrali, cinematografiche e di opere liriche.
Lo sguardo poetico su una città di fantasmi, che caratterizza Diario senza date (1995), il suo esordio, in equilibrio tra documentario ed elementi di finzione, si può collegare alla fuga di immagini in dissolvenza che ritrae ...continua a leggere

 

30 Oct

Verdone’s construction of humor in the three protagonists of Bianco, Rosso e Verdone, di Caroline Travalia

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Introduction
In the early 1980’s Carlo Verdone picks up where Commedia all’Italiana directors like Monicelli and Risi left off, continuing the tradition of satirizing the struggles faced by Italians and the vices they share that turn them into their own worst enemies. Verdone departs from his predecessors by focusing more on the characters, who become larger-than-life exaggerations of themselves, with the storyline dropping to the background. In his first films he pays homage to his spiritual father, Alberto Sordi, through his Roman characters whose language and idiosyncrasies are the basis of the films’ absurd, self-deprecating humor. This paper focuses on Verdone’s second film, Bianco, Rosso e Verdone (1981), analyzing the reasons why the three characters interpreted by Verdone are ...continua a leggere

 

30 Oct

Flaiano sceneggiatore ai tempi del “Diario notturno”, di Fabrizio Natalini

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I testi contenuti nel Diario notturno vanno dal 1943 al 1956, anno della pubblicazione. È un periodo molto importante della vita dello scrittore che va dalla morte del padre Cetteo alla ricerca delle sue radici, quando – nel 1955 – si reca a Brescia per ritrovare la famiglia che lo aveva ospitato a dieci anni.
Ma è anche un periodo decisamente interessante per Flaiano uomo di cinema e assai poco studiato. Nell’ambito cinematografico si è scritto di lui, fondamentalmente a partire dal suo rapporto con Fellini, mentre il momento in oggetto è praticamente quasi ignorato. Certo in quegli anni ci sono eventi di grande rilievo, come l’esperienza de «Il Mondo» di Pannunzio, la pubblicazione di Tempo di uccidere da parte di Longanesi, la prima della commedia La guerra spiegata ai poveri al “Teatro Arlecchino” di Roma. Ma sono anche gli anni in cui il poco più che trentenne Flaiano si avvicina al cinema.
Dal 1943 al 1956 Flaiano partecipa alla scrittura di quasi ...continua a leggere

 

07 Oct

Incontro con Francesco Rosi: Il mio modo di fare cinema, di Antonio C. Vitti

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Sono nato a Napoli nel 1922, l’anno in cui Mussolini e i fascisti hanno cominciato a governare l’Italia. Ho vissuto i primi venti anni della mia vita in una grande città di antica storia e di forti contraddizioni. Napoli è la capitale del Sud, terra tormentata dall’arretratezza e lacerata dalla presenza secolare di criminalità organizzate molto potenti e radicate in tutto il territorio per ragioni culturali e politiche. Ho fatto studi classici e di giurisprudenza. Come molti giovani intellettuali della mia generazione sono cresciuto maturando sentimenti di avversione verso il fascismo. Le mie origini e le mie esperienze di vita quotidiana e intellettuale possono dare una spiegazione dell’impegno sociale e politico che si riscontra nella maggioranza dei miei film ...continua a leggere

 

07 May

San Miniato 1944: Attila e le belle contrade, di Luca Baiada

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Il 22 luglio 1944, sangue nel duomo di San Miniato, suggestiva cittadina del Valdarno pisano. Si ricordano 55 morti, compresi i bambini, ma la cifra vera potrebbe essere più alta, e ci potrebbero essere sorprese. In guerra in altri casi si muore in chiesa, ma qui è una carneficina. E in guerra ci sono preti che cadono insieme ai fedeli, ma dei 55 a San Miniato nessuno è un chierico.
Il fronte è vicinissimo. Al mattino i tedeschi hanno concentrato in piazza molti civili. Con la collaborazione del vescovo Ugo Giubbi, li hanno fatti entrare in chiesa. Il vescovo esorta a fare la comunione, dà una benedizione (qualcuno ricorda una vera e propria assoluzione e la dispensa dal digiuno eucaristico). Poi distribuisce immaginette, e se ne va poco dopo le nove. Alle dieci c’è la strage ...continua a leggere

 

07 May

Intervista a Giuseppe Tornatore, di Antonio C. Vitti

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Tornatore: Fare cinema per me significa più cose, da un lato è la realizzazione di un mio sogno antico, quello di fare film e, in particolar modo,il regista di film che mi sarebbe piaciuto vedere da spettatore. Fare cinema, però, significa soprattutto esprimere attraverso il linguaggio cinematografico quei sentimenti, quei pensieri che non riesco a esprimere in altri linguaggi. E’ il modo più impegnativo, più personale, più interiore di comunicare con gli altri.
Vitti: Come hai imparato a fare cinema?
Tornatore: Non ho imparato a fare cinema con lo studio, con la scuola, che forse poi è il modo più corretto, ma ho imparato a fare cinema cominciando da ...continua a leggere

 

16 Sep

Una visione del mondo e del documentario: incontro con Giovanna Taviani, di Antonio C. Vitti

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Vitti: Che significa per te fare cinema?
Giovanna Taviani: il cinema per me è una finestra aperta sul mondo non un esercizio di stile. Film come Paisà, Germania anno zero, La terra trema hanno raccontato al mondo le macerie del nostro paese mentre inventavano un modo nuovo di fare cinema. Voglio dire che per me fare cinema è prima di tutto fare politica culturale. Per questo quando gli studenti mi chiedono come si fa il cinema, io rispondo che un film non si fa senza ...continua a leggere

 

24 Apr

Incontro con Francesco Rosi, di Antonio C. Vitti

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Vitti: Volevo brevemente soffermarmi su quelli che ritengo gli aspetti più importanti del film La tregua e non tanto del testo di Primo Levi.
Penso che sia molto difficile per un regista tradurre un’opera come quella di Levi in film, perché l’argomento trattato, rappresenta uno dei momenti più dolorosi della storia umana: l’Olocausto. Rileggendo ...continua a leggere

 
 

22 Feb

Incontro con Peter Lilienthal, di Antonio Vitti

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Vitti: So che a lei non piace parlare del suo passato, e so che non le piace essere nostalgico, ma potrebbe dirci qualcosa sulla sua formazione in Germania e di quando si è trasferito in Uruguay?
Lilienthal: Non ho avuto una vera e propria formazione in Germania, perché era troppo difficile per un bambino. ...continua a leggere

 
 
 

22 Feb

Incontro con Carlo Lizzani, a cura di Antonio Vitti

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In questa carrellata sulla mia vita, che mi fa apparire un po’ come un personaggio alla “Zelig”, c’è ancora da aggiungere che io sono anche Major of the United States Army. Ho anche il tesserino. Vi starete chiedendo come io, un italiano, possa essere un graduato dell’esercito degli Stati Uniti. Era il 1971, io ero un appassionato di documentari e avevo una gran voglia di scoprire il Mondo attraverso il cinema. In quegli anni ...continua a leggere

 

22 Feb

Lezione sul Neorealismo: intervento di Vittorio Taviani, a cura di Antonio Vitti

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Paolo ha ottant’anni ed io ne ho ottantatré, ai tempi del Neorealismo, quindi, eravamo dei ragazzini.
Nel 1947-48 l’Europa si era appena liberata dal nazismo e dal fascismo. La guerra era terminata da poco ed era passata dalla nostra bella cittadina toscana, San Miniato, lasciandosi dietro morti e macerie. La nostra casa è stata la prima ad esser distrutta, perché mio padre era uno dei pochissimi anti-fascisti ...continua a leggere